Alessandra Mammì
L'Espresso
22.08.10
Basta artisti, Sejima
Roma: Facoltà di Architettura, aula magna, conferenza stampa della prossima Biennale. Un pienone, file per entrare, gente sulle scale, posti in piedi… e tutto si presume per quel direttore archistar minima, distante e elegante Kazuyo Sejima, che legge in inglese lo stesso comunicato di intenti stampato sui fogli del press book. Non una parola di più nè una di meno.
Più minimal di così era difficile immaginare.
Scandendo le parole ci racconta che la sua "People meet in architecture" è una Biennale non impositiva, che non vuole avere un unico punto di vista, ma che lascia liberi i partecipanti di avere ognuno il suo. Anarchica come il secolo che ci aspetta, orizzontale e tutto collegato in rete la biennale dividerà equamente gli spazi fra gli espositori che saranno liberi di svolgere il tema (generico alquanto) come meglio vogliono.
Infine sempre con tono uniforme e basico ci illustra una decina di invitati eccellenti (molti gli asiatici come l’atelier Bow Wow e Toyo Ito) che non c’entrano assolutamente niente l’uno con l’altro e infine a dimostrazione della totale libertà in cui bisognerà muoversi d’ora in poi spiega che nella sua biennale c’è anche posto per artisti (Fiona Tan o Thomas Demand), critici (l’onnipresente Hans Ulrich Obrist) e ingegneri, architetti di giardini e registi (guarda caso Wim Wenders).
A parte il fatto che ora basta con questo scriteriato uso degli artisti che spuntano in ogni rassegna e festival tra i film e i progetti, tra le rose e le viole, tra i libri e i cuochi. Ma tirar fuori Wenders come regista che si occupa di spazio non è proprio roba da III millennio.
Magari in tanto confusi tempi, sarebbe stato interessante avere da un architetto di genio non dico un tema, ma almeno un imput, un segno, un’indicazione leggera con la punta dell’indice. Anche perchè per sentirci dire "lo capiremo solo vivendo" non bisognava aspettar Sejima, ce lo aveva già cantato Battisti nel vituperato Novecento.
Dal Blog di Alessandra Mammì su L'Espresso
Più minimal di così era difficile immaginare.
Scandendo le parole ci racconta che la sua "People meet in architecture" è una Biennale non impositiva, che non vuole avere un unico punto di vista, ma che lascia liberi i partecipanti di avere ognuno il suo. Anarchica come il secolo che ci aspetta, orizzontale e tutto collegato in rete la biennale dividerà equamente gli spazi fra gli espositori che saranno liberi di svolgere il tema (generico alquanto) come meglio vogliono.
Infine sempre con tono uniforme e basico ci illustra una decina di invitati eccellenti (molti gli asiatici come l’atelier Bow Wow e Toyo Ito) che non c’entrano assolutamente niente l’uno con l’altro e infine a dimostrazione della totale libertà in cui bisognerà muoversi d’ora in poi spiega che nella sua biennale c’è anche posto per artisti (Fiona Tan o Thomas Demand), critici (l’onnipresente Hans Ulrich Obrist) e ingegneri, architetti di giardini e registi (guarda caso Wim Wenders).
A parte il fatto che ora basta con questo scriteriato uso degli artisti che spuntano in ogni rassegna e festival tra i film e i progetti, tra le rose e le viole, tra i libri e i cuochi. Ma tirar fuori Wenders come regista che si occupa di spazio non è proprio roba da III millennio.
Magari in tanto confusi tempi, sarebbe stato interessante avere da un architetto di genio non dico un tema, ma almeno un imput, un segno, un’indicazione leggera con la punta dell’indice. Anche perchè per sentirci dire "lo capiremo solo vivendo" non bisognava aspettar Sejima, ce lo aveva già cantato Battisti nel vituperato Novecento.
Dal Blog di Alessandra Mammì su L'Espresso



