
CRITICA PREVENTIVA: MINIMALISMO CABLATO ALLA BIENNALE DI VENEZIA
Nel momento il cui la Cina sorpassa il Giappone quale seconda potenza economica mondiale all’inseguimento degli Stati Uniti, alla Biennale di Venezia la direttrice-architetto Sejima mette in scena un’elegante celebrazione del sol levante come sofisticato programma culturale e progettuale coordinato dal suo studio SANAA.
Se l’industria delle costruzioni segue il boom economico di un paese allora si potrebbero ritenere, le installazioni di Sejima e dei giovani seguaci presso l’Arsenale, frutti maturi (o terminali) del trentennale miracolo nipponico. Sejima non espone i poetici progetti minimalisti realizzati ma gioca sul labile confine tra architettura e arte per rilanciare il Giappone verso una nuova avanguardia cablata e responsabile.
In fondo questa Biennale colonizzata conferma l’intuizione, oltre l’architettura, di Betsky offrendo esperienze coinvolgenti. I visitatori attraversano il progetto totale di Sejima declinato dal socio Nishizawa, dagli allievi Ishigami, Fujimoto e Kondo, dal maestro Ito, dai consulenti TransSolar e Arup, e perfino da Wenders che le dedica un film. Quali le critiche di autocelebrazione se il direttore fosse stato un italiano?...