nib.com architecture texts - ARTICLE

Giuseppe Guida
architect and urban planner
27.06.09
L'architettura senza qualità
Ha senso parlare di qualità architettonica a Napoli? O, meglio, ha senso rinunciare alla costruzione di un’immagine urbana riconoscibile, che si rinnova con attrezzi culturalmente aggiornati, nei quali anche la qualità estetica e tecnologica sia riconosciuta come materiale della città, a fronte di emergenze continue che spostano le priorità verso la fretta, la programmazione spiccia per assicurarsi i transeunti fondi europei, la necessità di fare “comunque” e poi si vede?
È utile, cioè, fare uno sforzo per riferirsi, se non alle capitali, almeno alle medie città europee in trasformazione, oppure è più comodo utilizzare il modello del frammento, del caso, delle cose forse fatte, ma fatte male, nel quale sono dimenticate non solo le innovazioni, ma anche le tradizioni costruttive locali, l’appropriatezza dei materiali, i legami con il contesto?
A Napoli e in Campania la risposta è stata data da tempo: nessuno dei programmi, delle politiche e dei piani promossi, ai diversi livelli, dagli enti pubblici include tra i propri obiettivi la ricerca programmatica tesa ad ottenere un prodotto di qualità, nel quale il progetto urbano e l’architettura vengano valutati criticamente attraverso un processo che garantisca il risultato finale in relazione agli obiettivi, al contesto, alla durata e all’efficienza nel tempo.
Il Piano Casa approntato dalla Regione, tanto per fare un esempio, in nessun passaggio, né nel testo di legge, né nel regolamento, prevede degli strumenti che garantiscano che gli ampliamenti e le trasformazioni promesse siano fatte assicurando una qualità architettonica, da non confondere con l’obbligo di inserire generiche prescrizioni sulla sostenibilità e sul risparmio energetico degli interventi.
Allo stesso modo il Programma Integrato Urbano (PIU’) per il centro storico, nonostante metta in campo una consistente opera di riqualificazione, di restauro e persino di trasformazione di parti di tessuto urbano, non garantisce, in nessuna fase del processo, un’analisi critica e architettonica di quello che si andrà a realizzare, affidandosi alla fortuna o a quanto prevede la legge italiana sui lavori pubblici, tarata unicamente sul fatturato e sulla dotazione tecnica delle società di ingegneria e delle imprese.
Persino la soluzione classica, in casi del genere, e cioè il concorso di idee o di progettazione, non solo viene scientemente elusa perché seccante e più complessa, ma anche quando utilizzata non è stata in grado di garantire progetti di qualità. È il caso del Parco di Bagnoli (vinto, nonostante fossero stati inviati i più importanti architetti internazionali, da un consulente di Bagnolifutura) o quello per l’area monumentale del Porto di Napoli che, tra le cause della sua probabile non realizzazione, ha anche quella di essere oggettivamente malfatto e avulso dal contesto. O, ancora, l’incredibile vicenda del colossale condominio a forma di crescent che sarà piazzato nel centro di Salerno, tra le opere meno riuscite del pur bravo architetto catalano Ricardo Bofill, invitato dal Sindaco De Luca a risolvere quel delicato snodo urbano.
Pur essendo un sapere pratico, l’architettura resta un’arte di tipo sociale, che agisce nel paesaggio e nella città. Essa non può essere arbitraria, e può fare riferimento a paradigmi più o meno oggettivi, che inducono ad adottare modi espressivi compatibili con la scena urbana in cui si inserisce e con le esigenze connesse al suo utilizzo. In questa cornice di significato, gli organi apparentemente preposti sono insufficienti o inutili, a cominciare dalle Commissioni Edilizie (già in parte abusive, perché da sostituire con le Commissioni del Paesaggio, ma continuamente prorogate) e dalla Sovrintendenza che, non si sa perché, o fa riferimento a questioni unicamente storico-stilistiche e relative principalmente ai temi del restauro, o entra nel merito epidermico delle cose, spegnendosi di fronte ad alcune necessarie valutazioni critiche e analitiche dei manufatti, in particolare di quelli contemporanei.
L’assenza di un controllo in questo senso, che presuppone una qualità del processo e non solo del singolo progetto, può essere l’occasione per proporre finalmente strumenti innovativi che, inoculati nelle fasi di trasformazione della città, indirizzino correttamente i progetti.
Il modello, sull’esempio di altre regioni, come l’Emilia Romagna, potrebbe essere quello di un organo tecnico-consultivo obbligatorio per l’emanazione di pareri motivati, per quanto riguarda gli aspetti qualitativi dell’urbanistica e dell’edilizia. I pareri non dovranno essere relativi solo ad una banale corrispondenza formale alle norme e ai piani, ma espressi in ordine agli aspetti compositivi ed architettonici degli interventi ed al loro inserimento nel contesto urbano, paesaggistico e ambientale.
Una “Consulta della qualità”, quindi, una strada sulla quale anche il Comune di Napoli pare voglia muoversi.
da La Repubblica/Napoli
È utile, cioè, fare uno sforzo per riferirsi, se non alle capitali, almeno alle medie città europee in trasformazione, oppure è più comodo utilizzare il modello del frammento, del caso, delle cose forse fatte, ma fatte male, nel quale sono dimenticate non solo le innovazioni, ma anche le tradizioni costruttive locali, l’appropriatezza dei materiali, i legami con il contesto?
A Napoli e in Campania la risposta è stata data da tempo: nessuno dei programmi, delle politiche e dei piani promossi, ai diversi livelli, dagli enti pubblici include tra i propri obiettivi la ricerca programmatica tesa ad ottenere un prodotto di qualità, nel quale il progetto urbano e l’architettura vengano valutati criticamente attraverso un processo che garantisca il risultato finale in relazione agli obiettivi, al contesto, alla durata e all’efficienza nel tempo.
Il Piano Casa approntato dalla Regione, tanto per fare un esempio, in nessun passaggio, né nel testo di legge, né nel regolamento, prevede degli strumenti che garantiscano che gli ampliamenti e le trasformazioni promesse siano fatte assicurando una qualità architettonica, da non confondere con l’obbligo di inserire generiche prescrizioni sulla sostenibilità e sul risparmio energetico degli interventi.
Allo stesso modo il Programma Integrato Urbano (PIU’) per il centro storico, nonostante metta in campo una consistente opera di riqualificazione, di restauro e persino di trasformazione di parti di tessuto urbano, non garantisce, in nessuna fase del processo, un’analisi critica e architettonica di quello che si andrà a realizzare, affidandosi alla fortuna o a quanto prevede la legge italiana sui lavori pubblici, tarata unicamente sul fatturato e sulla dotazione tecnica delle società di ingegneria e delle imprese.
Persino la soluzione classica, in casi del genere, e cioè il concorso di idee o di progettazione, non solo viene scientemente elusa perché seccante e più complessa, ma anche quando utilizzata non è stata in grado di garantire progetti di qualità. È il caso del Parco di Bagnoli (vinto, nonostante fossero stati inviati i più importanti architetti internazionali, da un consulente di Bagnolifutura) o quello per l’area monumentale del Porto di Napoli che, tra le cause della sua probabile non realizzazione, ha anche quella di essere oggettivamente malfatto e avulso dal contesto. O, ancora, l’incredibile vicenda del colossale condominio a forma di crescent che sarà piazzato nel centro di Salerno, tra le opere meno riuscite del pur bravo architetto catalano Ricardo Bofill, invitato dal Sindaco De Luca a risolvere quel delicato snodo urbano.
Pur essendo un sapere pratico, l’architettura resta un’arte di tipo sociale, che agisce nel paesaggio e nella città. Essa non può essere arbitraria, e può fare riferimento a paradigmi più o meno oggettivi, che inducono ad adottare modi espressivi compatibili con la scena urbana in cui si inserisce e con le esigenze connesse al suo utilizzo. In questa cornice di significato, gli organi apparentemente preposti sono insufficienti o inutili, a cominciare dalle Commissioni Edilizie (già in parte abusive, perché da sostituire con le Commissioni del Paesaggio, ma continuamente prorogate) e dalla Sovrintendenza che, non si sa perché, o fa riferimento a questioni unicamente storico-stilistiche e relative principalmente ai temi del restauro, o entra nel merito epidermico delle cose, spegnendosi di fronte ad alcune necessarie valutazioni critiche e analitiche dei manufatti, in particolare di quelli contemporanei.
L’assenza di un controllo in questo senso, che presuppone una qualità del processo e non solo del singolo progetto, può essere l’occasione per proporre finalmente strumenti innovativi che, inoculati nelle fasi di trasformazione della città, indirizzino correttamente i progetti.
Il modello, sull’esempio di altre regioni, come l’Emilia Romagna, potrebbe essere quello di un organo tecnico-consultivo obbligatorio per l’emanazione di pareri motivati, per quanto riguarda gli aspetti qualitativi dell’urbanistica e dell’edilizia. I pareri non dovranno essere relativi solo ad una banale corrispondenza formale alle norme e ai piani, ma espressi in ordine agli aspetti compositivi ed architettonici degli interventi ed al loro inserimento nel contesto urbano, paesaggistico e ambientale.
Una “Consulta della qualità”, quindi, una strada sulla quale anche il Comune di Napoli pare voglia muoversi.
da La Repubblica/Napoli


