| nib.com architecture texts - Article |
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| Marco Romani |
info@uneternalcity.com |
| journalist | 24.08.08 |
| Uneternal City |
BIENNALE
I progetti impossibili sognano Roma futura
La rassegna veneziana «provoca» con ipotesi apparentemente assurde, che tuttavia nascondono una forte critica allo sviluppo immaginato nella realtà per la Capitale
Stanno arrivando con una città volante, che punta dritto su Roma. Dentro ci sono migliaia di cinesi forti della loro tradizione millenaria e pronti ad assorbire le culture dei popoli che incontrano. Non è la trama di un film di fantascienza ma il progetto visionario che il gruppo Mad propone alla mostra Uneternal City alla prossima Biennale di Architettura di Venezia (dal 14 settembre al 23 novembre). Trent’anni dopo Roma interrotta, l’esposizione con progetti di Paolo Portoghesi, Aldo Rossi, Michael Graves, Piero Sartogo, James Stirling sul centro storico della città eterna, il direttore della Biennale Aaron Betsky ha voluto che un gruppo di lavoro coordinato da Francesco Delogu portasse a Venezia nuove idee per la capitale. «Questa volta però» dice Delogu «ci siamo voluti occupare della città non eterna, di quelle periferie cresciute fra speculazione e abusivismo dove l’unico punto di socialità è il centro commerciale».
I dodici progetti vogliono rispondere alla domanda di fondo che anima tutta l’undicesima edizione della Biennale e cioè: cosa può rendere le città più vivibili e attraenti?
Gli americani del New West Land rispondono con un percorso che dall’Abruzzo porti gli orsi fino a Piazza San Pietro riunendo così, con una linea di bosco, i due punti di una delle leggende della cristianità, quella secondo cui la visione di Costantino coinciderebbe con la caduta del meteorite a Secinaro, in provincia dell’Aquila.
Delogu Associati ha progettato invece delle girandole ipertecnologiche da collocare lungo i fasci di binari che tagliano Roma per trasformare il rumore, il vento e le immagini prodotte dal passaggio dei treni in colori suoni ed energia da restituire ai cittadini su piattaforme di grande impatto emotivo. «Uneternal city» dice Delogu «non è un gioco intellettuale perché, anche se i progetti sono irrealizzabili, propongono soluzioni a problemi molto concreti».
«Roma è una città» spiega Maria Claudia Clemente, cofondatrice con Francesco Isidori dello studio Labics «cresciuta seguendo i profili di forre e profondi dislivelli. È come se fosse costituita da tante isole che non comunicano tra di loro. Inoltre, la campagna che entrava in città fino agli anni Cinquanta è stata recintata dalle abitazioni per cui oggi si hanno, anche in centro, campi con grano e pecore chiusi fra i palazzi. Sono aree spente che andrebbero valorizzate». Il gruppo ha realizzato una mappatura di questi “margini” e propone degli interventi architettonici (facoltà universitarie, servizi per i cittadini, centri di ricerca) per riunire le porzioni di città e per trasformare «i buchi neri in luoghi di incontro con paesaggi di qualità».
Uno dei fili rossi di Uneternal city è la critica implicita al Piano regolatore di Roma e alle sue nuove centralità, ovvero a quelle «città nella città» costruite dai privati e che dovrebbero essere fornite di infrastrutture e servizi. Di fatto, tranne qualche eccezione, si tratta di nuovi quartieri dormitorio, senza metropolitane e pochi autobus. Contro la dissipazione del territorio T Studio propone di collocare gli spazi commerciali nel sottosuolo e lasciare la superficie libera per essere vissuta. Più radicale il progetto delle eco-città dei salernitani
Centola&Associati con il loro programma di abbattimenti per recuperare 750 ettari di terreno al Parco dell’Appia Antica. Lo studio ha individuato tre aree (Anagnina-Capannelle, Ciampino, Santa Maria delle Mole) simboli di diverse problematiche urbane: il quartiere ad alta densità abitativa, l’area industriale e aeroportuale in via di ridimensionamento, la villettopoli. «Finora le istituzioni» dice Luigi Centola «hanno delegato il privato a costruire la città senza di fatto controllare quello che stava avvenendo. Le nostre eco-città vanno nella direzione opposta». L’idea è di buttare giù sia i palazzoni senza identità di Anagnina sia le casette unifamiliari con giardino e barbecue di Santa Maria delle Mole (nel comune di Marino) e al loro posto innalzare quartieri sostenibili orientati in modo che ognuno possa avere la visione di uno spicchio di parco. Ma certo a una famiglia che ha conquistato la sua villetta, con un mutuo di quarant’anni sulle spalle, non è facile dire di andar via per far posto alla eco-città. «In Inghilterra e in Francia» dice Centola «ci sono progetti simili in via di realizzazione. Il modo migliore per ottenere l’assenso dei cittadini è garantirgli cubature aumentate del 30 per cento e concreti risparmi energetici. Con lo spazio risparmiato il parco entra in città e la città nel parco».
Nella capitale e nella sua area metropolitana la popolazione continua a crescere a ritmi simili a quelli degli anni Cinquanta. La nuova Roma, come spiega il direttore del Cresme Lorenzo Bellicini in uno studio pubblicato sul catalogo di Uneternal city (Marsilio), è alimentata dalle giovani famiglie frutto del baby boom e dalla forte immigrazione sia interna che internazionale. Si costruiscono case ma, per quanto riguarda servizi e infrastrutture, Roma risponde con una lentezza che crea disagi e frena gli investimenti esteri.
«Fare architettura» dice Michele Molè dello studio Nemesi «significa non sperperare il territorio e contrastare l’egoismo del singolo». E Nemesi ci prova con due progetti volutamente estremi: Empty-Field (la città dei vuoti che insiste sulla mancanza di edifici e che privilegia le relazioni umane attraverso un sistema di parchi e laghi) e Emerging-Field, una “stecca” lunga tre chilometri che racchiude tutte le funzioni cittadine. «Entrambe le proposte» dice Molè «sono state pensate per la Magliana, in continuità con il Corviale progettato da Mario Fiorentino che, se fosse stato completato, avrebbe rappresentato una risposta positiva ai problemi urbani. Roma non è più capace di alimentare utopie. È arrivato il momento di ricominciare a farlo».
Ma le tante costruzioni oltre il Raccordo anulare, moderna cinta “muraria” della capitale, parlano di un limite ormai superato e di una Uneternal city che ha ormai cementificato anche l’agro romano. Per l’eternità.
Marco Romani
Il Venerdì di Repubblica, 15 agosto 2008
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