INFO@NEWITALIANBLOOD.COM©2000-12
PASSWORD REQUEST ---- LOG IN YOUR HOME
 
 
nib.com architecture texts - Press Release
 
Giuseppe Guida  guidagiu@unina.it
architect, PhD  13.05.08
UNA CITTA' SENZA ARCHITETTURA (La Repubblica/Napoli)
A Napoli non si fa più architettura. La produzione edilizia e i costruttori hanno abdicato alla fretta e alla massimizzazione dei ricavi. La politica simula un sostegno all’architettura, ad esempio con gli episodi singoli e ancora frammentari delle nuove stazioni della metropolitana, quasi tutte ormai già fagocitate dal degrado della città, dall’assenza di controlli e da un tessuto urbano, fisico e sociale, che tende rifiutare l’innesto di novità, anche perché modifica usi e costumi consolidati e piccoli diritti acquisiti che tutti vogliono conservare. Il risultato è uno spazio urbano in decadenza o fintamente riqualificato, fatto di tanti pezzi senza qualità, dove prevalgono la standardizzazione del costruire, modelli costruttivi a buon mercato e una totale assenza di regole ed organismi che, sull’esempio di tante capitali europee, possano intervenire sulla qualità della produzione edilizia e del fare architettura in contesti urbani. Per valutare la qualità e l’opportunità di un progetto da noi, invece, ci si affida alla modesta rilevanza della Commissione Edilizia, in grado di verificare soltanto la banale congruenza di un progetto con i piani e le normative vigenti, o ai veti “ad orologeria” della Sovrintendenza.
A Napoli non esiste lo strumento del concorso di architettura. Quella che dovunque è una prassi consolidata, e cioè bandire concorsi per confrontare idee e per elevare la qualità del costruito, da noi è un impiccio di cui disfarsi al più presto. Gli unici due veri concorsi di architettura internazionali fatti negli ultimi dieci anni e costati centinaia di migliaia di euro (quelli per il Parco di Bagnoli e per il Porto di Napoli), si sono arenati nelle secche della volontà politica e nell’assenza di quell’efficienza burocratico-amministrativa che altrove è in grado di portare a termine i procedimenti, ha idee chiare e pretende risultati chiari in tempi certi. Quando i progetti partono, poi, i tentativi di mimare la Barcellona del Forum o la Valencia della Coppa America, i loro parchi e i loro grandi progetti di riqualificazione urbana, si spengono miseramente, come al Parco Marinella, progettato dieci anni fa ed ancora oggi uno di quei luoghi simbolo che tengono Napoli saldamente ancorata ad un’immagine di rovina.
Non è solo un problema di grandi opere. Costruire arredi urbani, marciapiedi e piazze che durano pochi mesi, come capita a Napoli, non è solo un venir meno ad un obbligo contrattuale da parte delle società appaltatrici, ma esito della totale assenza di dovere etico del soggetto politico delegato all’amministrazione e alla costruzione dello spazio pubblico. Uno spazio dove ogni cittadino riconosce la sua appartenenza alla città, la compiutezza visibile di far parte di essa e della sua storia, e non di un suo simulacro fragile, precario e insicuro, come le aree pedonali sconnesse di via Roma, o quelle di Chiaia, o il tufo consunto, male pensato e male utilizzato nella Villa Comunale, o ancora, i recenti lavori di pavimentazione in via Tasso, e così via.
Accanto alla crisi politica e, conseguentemente, di rappresentatività, c’è un’ormai insostenibile assenza di un apparato amministrativo efficiente, di sistematicità dell’azione, di organizzazione e di costanza, come ha giustamente notato Pasquale Belfiore nelle scorate riflessioni fatte qualche giorno fa su questo giornale.
Per Napoli vale pienamente quanto ha detto Aaron Betsky, curatore della prossima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (nella quale, a differenza di due anni fa, Napoli e la Campania saranno completamente assenti): spesso i nuovi spazi pubblici e privati, gli edifici e le grandi trasformazioni urbane, ha detto Betsky, sono costretti nelle maglie di una cieca burocrazia e non sono più la soluzione: «sono diventati la tomba dell’architettura», facendo spegnere quel desiderio di costruirci un mondo nuovo, migliore e aperto ad altre possibilità oltre il quotidiano e le emergenze.
Proprio quel desiderio che manca a questa città, e che nessuno pare ha voglia di restituirle.

Giuseppe Guida